Manifestazione “uniti per una RSI forte e indipendente- No all’iniziativa popolare 200 franchi bastano” - Intervento

Bellinzona, 6.02.2026, Marina Carobbio, Consigliera di Stato

Fa stato il testo parlato

Buongiorno a tutte e a tutti.

Oggi non siamo qui semplicemente per contrastare una riduzione di spesa della SSR e della RSI. Dietro questa pericolosa iniziativa c’è ben altro.

C’è la messa in discussione del mandato costituzionale del servizio pubblico radiotelevisivo e del ruolo che esso svolge nella costruzione della Svizzera come paese federale, plurilingue e solidale.

La SSR opera sulla base di una concessione chiara: informazione, cultura, formazione, sport e coesione nazionale. Questo mandato è lo strumento attraverso cui il nostro Paese garantisce comprensione reciproca tra regioni, lingue e culture diverse. Un’importante riduzione del canone inciderebbe drammaticamente su questo equilibrio tanto importante quanto delicato.

Per la Svizzera italiana, la RSI non è una semplice sede regionale: è il principale presidio informativo e culturale in lingua italiana, è lo spazio del dibattito democratico e della rappresentazione del nostro territorio.

Indebolire la RSI significa rendere più fragile e meno rilevante la Svizzera italiana nello spazio pubblico nazionale.

Come Cantone - lo fa il Governo ticinese, lo fa la politica, lo chiede la popolazione – rivendichiamo giustamente che la Confederazione riconosca maggiormente – anche attraverso la perequazione finanziaria intercantonale – le nostre particolarità.

Il canone radiotelevisivo è, a modo suo, anche una forma già funzionante di perequazione solidale, per noi molto vantaggiosa. Oggi la Svizzera italiana contribuisce per circa il 4% del canone e beneficia di una redistribuzione pari a circa il 22%. Questo non è scontato: è segno concreto del riconoscimento che una minoranza linguistica e culturale ha bisogno di strumenti informativi adeguati per poter contare quanto le regioni maggioritarie.

Il Ticino e la Svizzera italiana beneficiano molto più di altri di questo sistema redistributivo. Eppure, inspiegabilmente, proprio in Ticino sono state raccolte la maggior parte delle firme per questa iniziativa.

Se anche il risultato della votazione dovesse essere a favore dello smantellamento del servizio pubblico, il resto del Paese non riuscirà a capire. Se non diamo valore all’attenzione che la RSI presta direttamente e indirettamente a tutte e tutti noi, alle nostre specificità regionali, alle nostre storie, a ciò che ci unisce, perché mai uno zurighese o un sangallese dovrebbero pagare per offrirci tutto questo?

È ben tempo di dare un segnale chiaro: non buttiamo al vento quello che oggi è il sistema perequativo e di redistribuzione tra i Cantoni che funziona davvero!

Teniamoci stretto questo elemento centrale della nostra identità. Diciamo NO a questa proposta di smantellamento del servizio pubblico.

Accanto alla dimensione democratica e culturale, ci sono altri elementi molto concreti. La RSI conta oggi un migliaio di posti di lavoro ed è una delle principali aziende formatrici del Cantone, offrendo più di 30 mestieri diversi nel settore dei media (e ricordiamoci che la RSI forma anche per numerose aziende di piccole dimensioni). Si tratta di competenze qualificate che rappresentano un patrimonio per tutto il territorio.

L’impatto va ben oltre l’azienda. I dati mostrano che a ogni due posti di lavoro alla RSI corrisponde un ulteriore posto di lavoro nell’economia regionale, tra produzioni audiovisive, fornitori tecnici, servizi e professioniste e professionisti indipendenti.

La RSI genera nella Svizzera italiana un valore aggiunto complessivo di circa 190 milioni di franchi: per ogni franco di valore creato, si producono ulteriori 38 centesimi nell’economia regionale. È un contributo strutturale al tessuto economico e professionale, oltre che culturale, del Cantone.

Ma c’è altro.

Il nostro Cantone è chiamato a rispondere a numerose sfide, compresa la necessità di offrire posti di lavoro qualificati e dignitosi alle giovani generazioni che spesso oggi non trovano sbocchi. Smantellare il servizio pubblico radiotelevisivo, ridimensionare drasticamente la RSI, significa perdere centinaia di posti di lavoro e togliere altre opportunità ai giovani.

Di fronte alle fragilità occupazionali già presenti nel nostro Cantone non possiamo accettare la logica di chi vuole mandare all’aria tutto questo.

La domanda che dobbiamo porci non è se il servizio pubblico debba evolversi — questo è evidente per ogni settore confrontato con un mondo in trasformazione — ma in quale direzione.

Se rafforzando la coesione nazionale e il pluralismo, oppure indebolendo proprio questi strumenti, che permettono alle minoranze linguistiche di essere parte piena del Paese, che favoriscono lo scambio e la comprensione.

Difendere la RSI significa difendere un’idea di Svizzera democratica e coesa: una Svizzera che non svende i posti di lavoro qualificati, che non rinuncia alla propria capacità di raccontarsi e di confrontarsi per crescere assieme.

Difendere la RSI significa difendere una Svizzera che non lascia la responsabilità di informare la popolazione e la propria offerta culturale in mano a social media e a monopoli privati esteri, guidati da logiche di mercato, a cui non importa nulla né del nostro federalismo, né delle nostre minoranze, né delle specificità del nostro territorio, né della nostra storia, né di chi siamo noi veramente.

Difendere il servizio pubblico radiotelevisivo è una scelta di responsabilità verso il nostro Paese, verso il Ticino e verso il futuro della Svizzera italiana.

Non crediamo a quanto ci viene raccontato. Il prezzo da pagare sarebbe altissimo.

Ecco perché diciamo un No convinto alla pericolosa iniziativa per lo smantellamento del servizio pubblico. Parliamone ad amiche e amici, conoscenti; mobilitiamoci. In gioco c’è molto per la democrazia, per la coesione nazionale, per la Svizzera italiana!

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